Dove siamo nell'universo: quanto sono lontani altri Mondi?

Il Festival della Divulgazione non è stato solo crocevia di ospiti, artisti e ricercatori che hanno condiviso le loro esperienze e i loro saperi, ma anche di curiosi ed appassionati che hanno partecipato, più o meno attivamente, agli eventi in programma. Alcuni di questi hanno pensato di approfondire alcuni dei temi trattati e condividerli con noi.

 

 

Riflessioni sull'incontro con Amedeo Balbi

Il racconto di Giuliano

 

“C’è qualcuno là fuori?”. Se sì, “dove sono tutti quanti?”. E’ questa l’affascinante domanda sulla quale Amedeo Balbi, astrofisico e divulgatore di spessore, ha provato a fornire degli spunti di riflessione, in uno degli appuntamenti chiave del Festival della Divulgazione.

 

La possibilità dell’esistenza di forme di vita, e ancor più di vita intelligente, fuori dal nostro pianeta, è uno degli argomenti che solletica maggiormente l’immaginazione, la fantasia e l’interesse dell’opinione pubblica. Questo è ancora più vero in un’epoca in cui l’immediatezza del dibattito permessa da social, blog e giornali on line, implica la continua diffusione di notizie riguardanti presunti avvistamenti di oggetti volanti non identificati, teorie intrise di complottismo sulla possibilità che forme di vita extraterrestre intelligente siano giunte sulla Terra in passato, et similia. Quello che però balza inevitabilmente all’occhio è il fatto che questi temi sono trattati in modo eccessivamente narrativo, quando invece ci si misura con la nostra collocazione nell’Universo rispetto ad altri sistemi stellari, cosa che invece richiede di capire quale sia l’ordine di grandezza delle distanze che, eventualmente, ci separano da altre civiltà. Questo è l’obbiettivo della divulgazione quando ci si chiede “c’è qualcuno là fuori?”, ed è questo quello che Amedeo Balbi, nella sua chiacchierata, ha provato a capire insieme al pubblico.

 

Le reali dimensioni dell’Universo in cui viviamo sono state quantificate abbastanza recentemente: alla fine degli anni ’20 del secolo scorso, per essere precisi, quando Edwin Hubble, un astronomo americano, scoprì che le galassie (allora “nebulose”) che vediamo in cielo sono in realtà ben lontane dalla Galassia in cui viviamo, la Via Lattea, e che le distanze sono in molti casi migliaia, se non milioni, di volte più grandi delle dimensioni della Via Lattea, a sua volta 30 milioni di volte più grande del nostro Sistema Solare, che a malapena abbiamo esplorato fino ai suoi confini in 50 anni di astronautica. Queste cifre danno l’idea esatta delle distanze che ci separano anche dalle stelle più vicine, e quindi della improbabilità dell’incontro diretto con forme di vita intelligente.

 

Se, però, queste stime numeriche scoraggiano dall’idea che, anche in un giorno molto lontano, potremo venire a contatto con civiltà da altri mondi, c’è anche da considerare il fatto che il numero di stelle, e quindi di potenziali pianeti abitabili attorno ad esse, è talmente sterminato che sia altrettanto inverosimile pensare che non ci sia nessuno là fuori, che stia tentando (come noi con il programma SETI) di comunicare con altre civiltà aliene. Una stima di quante siano le civiltà, nella nostra sola galassia, in grado di far questo è fornita dall’equazione di Drake, che più che dare il numero esatto di civiltà aliene attorno a noi, suggerisce una cosa ancora più importante: la capacità di una possibile civiltà aliena di comunicare con noi è legata al tempo in cui essa sopravvive. Le distanze cosmiche sono così grandi che, un segnale mandato verso un pianeta vicino impiegherà anni per raggiungerlo, e altrettanti saranno necessari a ricevere una risposta. Noi siamo in grado di comunicare via radio da circa 70 anni, quindi potenzialmente i nostri segnali potrebbero aver raggiunto civiltà distanti 70 anni luce. Ma la nostra galassia si estende per 100 mila anni luce! Questo porta ad una conclusione: è molto probabile che ci sia davvero “qualcuno là fuori”, ma è altrettanto difficile (ma non impossibile!) che, un giorno, riusciremo a ricevere qualche segnale da qualcuno di questi mondi.

 

L’importanza di “divulgare” su questo tema sta anche e soprattutto in questo: non si tratta di credere o non credere che gli alieni esistano, perché la risposta ce l’abbiamo già, ed è su base statistica. Non siamo soli, ma siamo molto, troppo distanti, nello spazio e nel tempo. La comprensione di queste distanze è un fatto scientifico, e consente di fare il salto da “credere” a “conoscere”.

 

Giuliano Liuzzi

PhD in Ingegneria e Fisica dell'Ambiente

Fisico, attualmente ricercatore UniBas


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