LA FORMA DEL DOMANI | Democrazia e Nuovi Paesaggi.

Il futuro è come un liquido, non esiste una forma predefinita alla quale esso si adatterà: tutto dipende da cosa le persone, i cittadini, realizzeranno con le loro azioni. Non si tratta solo di “costruire” il domani, ma di farlo in modo armonico, organico, capendo ed interpretando correttamente il ruolo delle persone, dei cittadini, nel dare forma alle cose, nell’abitare i luoghi, nell’interagire con gli altri in modo strutturato, nell’individuare e saper superare i confini, non solo geografici, che limitano il loro agire.

Esisterà sempre un limite, un confine, un’idea o qualcuno che starà “al di qua” e un’idea o qualcuno che rimarrà “al di là” del confine stesso. Esplorare tale zona di confine, senza farla divenire luogo di confino, è l’unica strada possibile per la nostra società. Per questo è necessario sviluppare modalità innovative per consentire agli abitanti di contribuire alle decisioni pubbliche in modo democratico. Senza una convergenza tra il potere decisionale e la collettività, qualsiasi piano o politica sarà guardato con sospetto, il nostro atteggiamento sarà sempre più soggetto al panico, a decisioni irrazionali e a facili conclusioni. Pensare alle scelte di un territorio per e con i suoi abitanti significa costruire una società realmente democratica.

Significa dare, consapevolmente, forma al domani.

I MOVIMENTI DEL FESTIVAL

In un contesto sociale quanto mai tumultuoso e in continuo cambiamento, in preda ai facili fanatismi, agli estremismi fondati sulla paura, Liberascienza ha deciso di interrogarsi sulla forma che daremo al nostro futuro. Lo faremo con la III edizione del Festival della Divulgazione che prevede tre approfondimenti, che chiameremo movimenti, così come si muove il pensiero per nutrirsi ed aprsi su alcune declinazioni del concetto di democrazia e partecipazione.

Primo movimento | Dal Paesaggio alle persone

La nostra epoca è ormai segnata dalla riproduzione verbale e iconica del paesaggio. Con la circolazione globale delle immagini nei media e nei social, in qualche misura “appartiene” a tutti. Ma è nel rapporto tra natura, cultura e percezione della collettività il destino di un territorio: scaturisce dal legame tra abitante e la sua città, dal modo in cui viene riconosciuto il valore e il potenziale di un luogo, dalle reali aspettative di cambiamento, dalle ambizioni e dalle aspirazioni delle comunità. Il reale “possessore” di un luogo è quindi il suo “curatore”, colui che ne conosce l’estetica, l’etica, la funzione civile e il modo in cui il paesaggio influenza la sua vita di abitante.

Soltanto quando questo aspetto entrerà nelle coscienze di tutti come elemento culturale ed identitario imprescindibile, si potrà partecipare con successo ai processi decisionali di pianificazione del territorio in maniera efficace. Vorrà dire che il processo di democraticizzazione del paesaggio sarà davvero passato attraverso l’utilizzo di una cultura condivisa dagli abitanti.

Interrogarsi su questi temi vuol dire chiedersi: quale forma vogliamo dare al nostro abitare insieme? Perchè, per dirla come diceva il sempre prezioso Italo Calvino, “di una città non ci si limita a godere delle sette o delle settantasette meraviglie, ma prima di tutto si apprezza la risposta che sa dare ad una domanda”.

Secondo Movimento | Dalle decisioni alle responsabilità

Nell’antica Grecia i cittadini si riunivano nell'agorà per discutere direttamente e attivamente di leggi o posizioni politiche da prendere. Nella democrazia indiretta, invece, si eleggono i propri rappresentanti, delegando loro le decisioni. Oggi tutto si è trasferito sui social, dimenticando drammaticamente un aspetto: per prendere una decisione è necessario avere conoscenza di ciò di cui si discute, altrimenti significa scegliere a caso, sia che si parli dei cittadini, sia che si parli dei loro rappresentanti. A maggior ragione quando si parla di scienza, i cui risultati non sono negoziabili o opinabili. Cosa succede quando un’evidenza scientifica impatta sulla nostra vita? Chi è deputato a prendere decisioni: i cittadini, i rappresentanti politici, gli scienziati? Oppure i giudici? E cosa succede quando questo tipo di cortocircuiti avviene tra tribunali e Parlamento?

Gli errori giudiziari e le approssimazioni che si verificano quando il diritto ha a che fare con la scienza sono stati tanti: in materia di diritto alla salute, come nei casi Di Bella, Stamina e Ogm, in materia di sicurezza e ingegneria, come per gli scienziati impegnati nello studio del terremoto dell’Aquila, in materia di istruzione per quanto riguarda l’accesso alle scuole dell’obbligo. Fra capri espiatori, accuse incredibili e l’opinione pubblica disinformata e confusa, in crisi sembra essere andata la nostra stessa idea di società. Il nostro concetto di democrazia e partecipazione alle decisioni.

Terzo Movimento | Dalla convivenza alla democrazia

Occorre tornare alla radice della questione, da dove è nata la democrazia, perlomeno per come la concepiamo in occidente? L’invenzione della scienza e del suo metodo ha fornito gli strumenti cognitivi e morali necessari per far funzionare l’economia di mercato e consentire la nascita della democrazia stessa, di governare le città, i processi. Grazie a tali strumenti, la scienza stimola la capacità di pensare in modo controintuitivo, permettendo di spiegare ciò che accade. Essa, inoltre, consente di prendere decisioni morali, economiche e politiche che non sono “naturali”, ma che tuttavia migliorano la società sotto tutti i punti di vista. Tale approccio trova quasi sempre difficoltà ad affermarsi nel nostro Paese, dove un certo tipo di subcultura, tradizionalista e antiscientifica, è all’origine dell’incapacità del Paese di elevarsi moralmente e stare al passo con le esigenze dei suoi cittadini.

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